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      Una lunga notte senza fine...


...senza stagioni e senza tempo.
Dal Profondo ribalta le nostre prospettive mostrando come 500metri sotto il livello del mare si nasconda la vita. Un lavoro secolare che è orgoglio, maledizione.
Chilometri di gallerie. Buio. Uomini neri.
Una donna. Patrizia, unica minatrice in Italia dialoga con un padre morto, un ricordo mai sepolto.
150 minatori, gli ultimi, pronti a dare guerra al mondo “di sopra” per scongiurare una chiusura ormai imminente.

Un’esperienza unica per chi ha filmato, per chi guarderà, per chi quel mondo “capovolto” l’ha costruito.

Il tutto al ritmo di una preghiera che ai morti è dedicata, ai vivi chiede ascolto: “De profundis, clamavi ad te, o Domine…”

La prima volta che i miei occhi si sono posati sulle miniere abbandonate sarde, il mio istinto si è messo in moto. Ho percepito la presenza di una storia, di qualcosa che mi stava aspettando e che senza sapere stavo cercando. Ho iniziato a visitare questi luoghi con un sentimento di curiosità infantile e di rispetto reverenziale un po’ come entrare in un castello abbandonato, dove è possibile sentire ancora la presenza di tutti quelli che ci abitavano un tempo. Di più; come attraversare da unico superstite un mondo scampato all’apocalisse. Interi villaggi abbandonati; il più delle volte mi sono trovata davanti ad antichi ruderi, ma in molte occasioni ho passeggiato nelle “laverie” dove le donne lavavano il carbone, ho sfiorato con le mani i cognomi dei minatori scritti a vernice rossa sui muri delle case, ho calpestato le rotaie su cui il carbone veniva trasportato dalle profondità della terra verso il mare.


Ho visto enormi massi chiudere le gallerie che un tempo conducevano al sottosuolo.
Il mondo di ”sotto” non sarebbe stato mai più accessibile, per nessuno di noi.
Eppure chissà quanti in questi luoghi avevano vissuto, si erano innamorati, erano invecchiati; quanti non tornarono a casa, quanti hanno ancora i polmoni sporchi di polvere nera.
L’istinto si era mosso e ora si muoveva anche il desiderio di riportare la vita in questi luoghi, di capire, di interrompere il silenzio assordante tra le macerie.


Ricordavo un film di De Seta sui minatori; la compostezza di questi uomini, la fierezza, la dignità. Ma volevo le donne. Sapevo che c’erano state e che mai nessuno ne aveva raccontato i dolori, come se morire all’aria aperta accanto ai propri mariti valesse meno di morire schiacciate da macchinari difettosi…lì, al buio.
Così è nato Dal Profondo. Dall’istinto, dalla curiosità, dalla potenza visiva dei luoghi, dalla volontà di raccontare, come nei miei lavori precedenti, un aspetto del mondo femminile.


Patrizia unica donna tra 150 uomini, la protagonista è stata la sorpresa più grande; era tutto quello che cercavo racchiuso in due occhi azzurri e in una vicenda personale e familiare capace di assurgere a modello della storia mineraria declinata al femminile. Scendere con lei, anche solo una volta, in miniera, ha determinato lo stile del film. Un film ambientato sottoterra, al buio, dove la natura ostile ha costretto i protagonisti e la troupe a nuove forme di adattamento, siano esse lavorative e fisiche, siano espressive e filmiche.


Non si tratta dunque, di un semplice ritratto di Patrizia; si proponeva fin dal principio di essere ”un’esperienza”, visiva, sonora, umana giocata sul buio sotterraneo e la luce esterna ma anche sul capovolgimento della prospettiva usuale.
Nel mondo reale, in superficie tutto è immobile. Giù, si agitano la vita, la lotta, l’amore, le speranze, i sogni, le paure, i ricordi.


La decisione da parte della regione Sardegna di chiudere la miniera, ha reso necessario girare il progetto in tempi brevi. In questi ultimi due anni di lavoro, il film ha sempre tenuto vivo il suo cuore pulsante: Dal Profondo nasce e si porta addosso l’incontro di due sguardi di donna; quello di una giovane regista affascinata dal mondo sotterraneo, alla ricerca di una visione filmica personale, femminile e quello penetrante di Patrizia, su un universo di cui è regina e protettrice indiscussa, nonostante le difficoltà di essere un minatore con rimmel e smalto.


Un racconto quello di Patrizia, che anche in questo caso procede per silenzi, per camminate solitarie, per primi piani, per omissioni, paure, sguardi, più che per parole.
Una voce Dal Profondo, che si rivolge ad un padre morto, come tanti qui, di silicosi.
Perché se è vero che ci sono molti modi di narrare, questo film parla il linguaggio degli uomini e il silenzio e la forza delle donne

Valentina Zucco Pedicini

Valentina Zucco Pedicini

Valentina Zucco Pedicini nasce a Brindisi nel 1978. All’età di 18 anni si trasferisce a Roma dove si dedica agli studi di Filologia e Linguistica italiana.
Frequenta poi la Scuola Internazionale di Documentario Zelig, dove si diploma con il massimo dei voti in Regia.
I suoi documentari sono selezionati in numerosi festival nazionali e internazionali.